OpinioneLa nostalgia sovietica di Vladimir Putin - Pierre Haski

La nostalgia sovietica di Vladimir Putin – Pierre Haski

Ben prima della dissoluzione dell’Unione Sovietica – trent’anni fa, il 25 dicembre 1991 – un consulente di Michail Gorbaciov si era rivolto in modo ironico agli occidentali: “Vi renderemo il peggiore dei servizi, vi lasceremo senza nemici”. In effetti, nel corso di quelle frenetiche giornate del dicembre 1991, la “minaccia” di veder sparire uno dei pilastri dell’equilibrio strategico del ventesimo secolo fece suonare l’allarme in occidente. Quando il presidente francese François Mitterrand chiamò Gorbaciov, racconta l’ex portavoce del Cremlino Andrej Gracev, “la sua voce solitamente imperturbabile era piena di emozione, tanto che fu Gorbaciov a consolarlo”.

Inizialmente la profezia sulla “scomparsa dei nemici” si è rivelata corretta, al punto tale che si è parlato di “fine della storia”. Ma con il tempo le cose sono cambiate. La Russia di Vladimir Putin, nata dalle rovine postsovietiche disfunzionali e alcoliche di Boris Eltsin, si è trasformata, se non proprio in un “nemico”, quantomeno in un avversario.

Era evitabile? Secondo esperti come Hubert Védrine, protagonista di quell’epoca cruciale, l’occidente ha commesso l’errore di dimenticare che i russi erano… russi, ovvero eredi di un grande impero, comunista, certo, ma comunque un impero spiccatamente russo. O forse era inevitabile questo ritorno dell’affermazione nazionale russa e dell’ambizione regionale di Mosca, per opera di un dirigente formato nel Kgb e intenzionato a rispettare solo i rapporti di forza?

Una percezione falsata
Evidentemente non si tratta solo di una disputa tra storici, ma del contesto in cui si svolge la nuova prova di forza messa in atto da Mosca in Ucraina a partire da dicembre, oltre alla manovra più generale da parte della Russia per spingere l’occidente a riconoscere una sfera d’influenza russa e per cambiare le regole del gioco internazionale.

Il destino dell’Ucraina è al centro di questa tensione che contiene tutti gli ingredienti della guerra, anche se la razionalità spingerebbe a evitare che si vada oltre il conflitto in corso da sette anni nel Donbass. Prima di tutto esiste una percezione falsata: “L’indipendenza del paese nel 1991”, ricorda Alexandra Goujon, “è considerata a volte come un incidente della storia, mentre all’interno del paese è ritenuta il frutto di una lunga battaglia contro potenze estere che, come Russia e Polonia, hanno occupato a lungo le terre ucraine”. Non possiamo certo risolvere la questione ucraina senza gli ucraini.

Inoltre esiste un contesto più generale, quello di un cambiamento del mondo tra ascesa cinese, affermazione delle potenze regionali emancipate e dubbi riguardo la superpotenza statunitense e le sue intenzioni. In ogni punto di contatto tra le placche tettoniche geopolitiche è in corso un test dei rapporti di forza per modificare i margini di manovra dei protagonisti vecchi e nuovi.

La Russia è uno dei principali attori di questo “grande gioco” planetario, trent’anni dopo la fine della parentesi sovietica. Il rischio, con Putin, nostalgico dell’Urss, è che per farsi rispettare la Russia pensi che l’unica soluzione sia far rinascere il “nemico”. La profezia del 1991 alla fine è sopravvissuta, ma è ancora possibile affrontare Putin senza considerare la Russia come un “nemico”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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