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Pechino 2022, per il curling si attende in Italia l’effetto Rio de Janeiro

La fatica fisica

Guardando da fuori non sembra, ma si fa una gran fatica con la scopa e la “stone”, tanto che durante le 11 gare Amos Mosaner ha confessato di aver avuto crampi, risolti grazie all’intervento del fisioterapista. Nel 2013, quando pochi conoscevano questo sport fatto di tattica, nervi saldi e tanta preparazione, i protagonisti del film «La mossa del pinguino» (diretto dal romano Claudio Amendola) chiamavano la «stone» «er sercio», un modo forse per prendere in giro questo sport considerandolo “non sport”. Una partita di curling, invece, dura più a lungo di quelle di tutti gli altri sport (2 ore e mezza) e un torneo olimpico arriva durare fino a 35 ore. Il campo è lungo quasi 46 metri, largo quasi 5, la pietra pesa 19 chili.

Per far scivolare poi con facilità la pietra sul ghiaccio (facendo perno su una sola scarpa dalla suola liscia, come da regolamento) bisogna allenarsi tanto: gli atleti passano infatti ore a esercitarsi in equilibrio precario (un piede avanti, uno indietro) in affondo continuo.
Il curling è anche ferite (in allenamento si cade spesso) e dolore: tendini, schiena, caviglie e gomiti si usurano presto. Il curling è un gioco di squadra dove tecnici, strateghi, preparatori, esperti di ghiaccio compongono il team azzurro hanno un ruolo ben preciso, codificato.

Le caratteristiche della scopa

In inglese la scopa con la quale si riscalda il ghiaccio si chiama sweep ergometer (scopa-ergometro). Nella spazzola è presente un accelerometro a 3 assi, 2 estensimetri, 1 microchip per trasmettere dati via radio a un computer. Brevettato da due ricercatori inglesi (Buckingham e Blackford), questo strumento ha permesso per la prima volta un approccio scientifico al curling, migliorando la preparazione. Serve a capire se l’allenamento della forza sta funzionando oppure serve a segnalare se l’atleta ha invece bisogno di riposo (quando la frequenza di spazzolata è più bassa del solito).

Le origine delle stones

Le prime documentazioni sono del XVI secolo, con la scoperta della Stirling Stone e le sue incisioni. La prima testimonianza scritta, del febbraio 1541, arriva dai registri dell’Abbazia di Paisley. Il termine curling debutta in un documento del 1620, ritrovato in Scozia come scozzesi sono Stirling e Paisley. Prima di ogni partita risuonano cornamuse: è un omaggio alla tradizione.

I pietroni tondi con il manico, usate dagli atleti, hanno particolarità del tutto fuori dall’ordinario. Per iniziare, vengono tutte da una minuscola isola al largo della Scozia, Aisla Craig, parco naturale disabitato ma che fin dal 1851 è la cava da cui l’unico produttore, la famiglia Kays, ricava le stones. E ancora più curiosamente ne ha anche la forma a panettone schiacciato. Gli operai ne producono una all’ora, 38 alla settimana. Soltanto su quest’isola, proprietà privata dei marchesi Kennedy ma data in affitto fino al 2050 alla Reale società per la protezione degli uccelli, si trovano i 2 graniti utilizzati, “Blue Hone” e “Common Green”, il primo il più pregiato.

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