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Per Giovanni Truppi la musica è una questione privata – Patrizio Ruviglioni

16 febbraio 2022 15:12

Quando gli chiedo perché ha scelto di partecipare al festival di Sanremo del 2022, Giovanni Truppi mi fa capire di averlo fatto soprattutto per sé, “per raccontare me stesso nella maniera più chiara possibile”. Per il cantautore napoletano la musica è una questione personale. Si vede dall’approccio che ha al mestiere, da come sta sul palco, da come parla delle sue canzoni con poche parole, spesso nascondendo il vissuto che c’è dietro. Se è vero che anche non comunicare è comunicare, nel mondo di Truppi è tutto così spontaneo e naïf da far vacillare questo assunto. Perfino il look (quella canottiera che, insieme all’aspetto da impiegato, ha smosso tanti commentatori di Twitter) racconta di un’attenzione rivolta solo all’arte. Per lui esistono solo le canzoni.

Canzoni tipo Tuo padre, mia madre, Lucia, con cui è andato all’Ariston. Canzoni in controtendenza, che non ci si aspetta di sentire lì. Canzoni che raccontano di un outsider vero come già vari nomi storici della scena alternativa italiana passati per il festival: Afterhours, Marlene Kuntz, Bluvertigo. Il pezzo che ha portato, infatti, ha delle progressioni armoniche complicate, un cantato per niente facile da replicare, un ritornello non immediato, un arrangiamento retrò ma non vintage. E soprattutto un testo impopolare: racconta l’amore adulto, quello consumato ma che resiste tra marito e moglie; quello, canta Truppi, in cui “l’uno per cento è amore, tutto il resto è stringere i denti”. Cerchiamo qualche esempio simile: a me viene in mente Una mano sugli occhi di Niccolò Fabi, a lui Per due che come noi di Brunori Sas; poco altro in Italia.

Intanto, la forma. Nonostante sia stato scritto insieme a Niccolò Contessa (I Cani) e Pacifico, il brano ha poco del pop rotondo e barocco, stralunato nei contenuti ma accogliente nella forma, a cui Truppi si è avvicinato con l’ultimo album Poesia e civiltà (2019) dopo dischi sporchi e anarchici, vicini al jazz (Il mondo è come te lo metti in testa del 2013 e Giovanni Truppi del 2015). Non è stato un passaggio scontato, quindi; a Sanremo il pubblico ha a disposizione tre ascolti, devi catturare l’attenzione e conviene proporre un pezzo semplice da digerire. “Ma non era la mia intenzione”, spiega lui. “Mi rendo conto di aver scritto cose più immediate di questa, però volevo andare con un brano che rappresentasse davvero chi sono, cioè un artista che ha sempre composto canzoni complesse. È stata questione di coerenza. La paura, stando sul palco, non era di non essere capito; era di essere frainteso, passare per il musicista che non sono. E un pezzo facile avrebbe agevolato tutto ciò. Così invece ho descritto il mio mondo. Credo sia andata bene: ci sta che a qualcuno non sia piaciuto, come che a molti altri non trasmetta niente”. L’importante, dice, è aver attraversato il tour de force di Sanremo indenne, rimanendo sé stessi, perché per lui la sola cosa che contava, indipendentemente dal pubblico.

Appunto, il pubblico. Mentre mi parla al telefono, è in viaggio per presentare nei negozi di Tutto l’universo, l’album uscito durante il festival che raccoglie i suoi classici e Tuo padre, mia madre, Lucia, come fosse un biglietto da visita per chi lo scopre adesso. Non saranno veri concerti, questi incontri con i fan, ma sono comunque un modo per misurare quanto sono cambiati la sua vita, il pubblico e la percezione stessa che il pubblico ha di lui, dopo l’Ariston. “Sto in decompressione”, sorride. “Nella settimana del festival ci sono ritmi a cui non ero abituato. Sto conoscendo tante persone nuove, per la prima volta vengono a sentirmi anche genitori con figli. Ma mi sembra un pubblico simile a quello che c’era prima”. Sintomo che Truppi non si è snaturato.

Tuo padre, mia madre, Lucia ha fatto centro. “Non la ritengo una canzone politica, non più di tutte le altre che esistono”, dice. “Per me è una canzone d’amore. Ma è chiaro che, nel 2022, l’amore adulto è un tema impopolare, perché viviamo in una realtà che ci vuole sempre giovani, scattanti, sul pezzo. Una realtà affascinata dalla gioventù piuttosto che dalla maturità. Ed è un atteggiamento figlio del capitalismo: con questa impostazione siamo portati a consumare di più”.

Ma se la sua canzone non è politica in senso stretto, non rispecchia un certo impegno civile, tutt’altro si può dire del brano che ha interpretato con Vinicio Capossela nella serata dei duetti: Nella mia ora di libertà di Fabrizio De André, dal disco Storia di un impiegato (1973); una ballata anarchica sulla permanenza in prigione del protagonista del concept album, un impiegato che, entrato in contatto col sessantotto francese, diventa un ribelle individualista e poi, in galera, scopre l’importanza della lotta collettiva, consapevole che “non ci sono poteri buoni”. All’originale i due hanno aggiunto una significativa appendice: dopo aver cantato il “per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti” del cantautore genovese, hanno messo un “per quanto noi ci crediamo assolti, siamo per sempre coinvolti”. “Volevamo prendere le distanze da De André”, spiega Truppi. “Non potevo mettermi sul suo livello ‘giudicante’: io sono la massa, sono coinvolto anch’io in una certa indifferenza. È stato un atto d’onesta”.

Tutto l’universo è una raccolta nata “perché un disco di inediti non era ancora pronto e per intuizione della mia etichetta discografica, la Universal”. Le canzoni da metterci dentro, chi le ha selezionate? “Abbiamo incrociato le scelte tra me e i miei collaboratori. Sentire questa successione è come guardarmi dietro. Mi piace come l’approccio alla musica, la mia postura, siano rimasti gli stesso nel tempo: ho sempre cercato di farmi trovare, di disco in disco, un po’ più in là di dove ci si sarebbe aspettati di trovarmi. Anche a costo di sembrare maldestro: ho commesso errori, ingenuità, ma lo capisco, non cercavo scelte scontate”. Per cui a livello personale è soddisfatto.

Al di là di questo, però, ciò che noto nei suoi pezzi è la continua ricerca dell’originalità che a volte lo rende estremo, nei suoni come nei testi. E se dal primo punto di vista “all’inizio era più facile, perché avevo a disposizione pochi strumenti e i brani erano scheletrici, quindi era difficile trovare somiglianze tra me e altri colleghi”, per quanto riguarda le liriche c’è di cui stupirsi.

All’epoca della semplificazione estrema dell’it-pop, dell’immediatezza e del racconto del quotidiano, Truppi risponde con canzoni d’amore dove si mostra fragilissimo e contraddittorio (le ballate pop Mia e Conoscersi in una situazione di difficoltà), inventa teorie su come funzionano gli incontri tra di noi, persone “governati da parti di noi stessi che conosciamo molto poco ma che entrano in contatto” (la ciondolante e jazzata Pirati), immagina quadretti surreali e pieni di spigoli (fare sesso con Superman nel rockabilly artigianale di Superman, baciare in bocca senza criterio il suo migliore amico nella sussurrata Amici nello spazio). Oppure fa critica sociale (la cavalcata barocca Borghesia), descrive malinconie e vuoti esistenziali (La domenica), improvvisa teorie di psicologia relazionale ed esistenzialismo (le filastrocche stortissime di Tutto l’universo e Il mondo è come te lo metti in testa) che non hanno niente di accademico, che sembrano partorite dal divano di casa, al bar dopo un drink di troppo, ma che colpiscono per lucidità e originalità. Ci sono il cinismo e il nichilismo, ma anche l’amore e la tenerezza.

Ascoltando Truppi, si ha la sensazione di vivere una catarsi, di venire colpiti sui nervi scoperti e finalmente condividere pensieri nascosti, mai ammessi. Lui minimizza: “Cerco solo di sfogare i miei dubbi. Non scrivo per esorcizzare i demoni, anche se poi riascoltandomi l’effetto è quello. In studio lento, meditato, in cui lascio che le canzoni si sedimentino dentro di me prima di completarle. Non scrivo quasi mai di getto”.

Il pezzo che chiude Tutto l’universo è Scomparire, una ballata emotivamente satura, in cui “le persone sono di cristallo”, siamo tutti “soltanto richieste d’aiuto” e “due che s’abbracciano strettissimi ce la fanno a scomparire”. È l’unico tratto dal suo album d’esordio C’è un me dentro di me (2010) ed è stato inserito nella versione originale, con un sax a contorno e un arrangiamento costruito tutto in casa, in una veste più ingenua di quella intensa e molto apprezzata, tutta al pianoforte, contenuta nel live Solopiano. “Riascoltando l’originale mi sono sentito a disagio, soprattutto per quanto riguarda la voce. Diciamo che allora dovevo ancora fare alcune lezioni di canto”, sorride. “Ho pensato a lungo se fosse il caso di metterla o meno. Ho valutato anche l’idea di registrarla di nuovo. Ma alla fine è parte di me anche e soprattutto nei difetti”.

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E invece, per quanto riguarda quel testo così intimo e struggente, che si può dire? “C’è un vissuto mio alla base. Un vissuto profondo che, come quasi sempre, ho rielaborato in musica. Ma a me interessa soprattutto la canzone. L’autobiografia che l’ha generata preferisco proteggerla, non condividerla”. Ancora la musica, per Giovanni Truppi, è soprattutto una questione privata.

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