OpinioneIl dilemma delle madri surrogate dell’Ucraina - Alison Motluk

Il dilemma delle madri surrogate dell’Ucraina – Alison Motluk

Niente meglio di una guerra sa evidenziare il paradosso della maternità surrogata, sintetizzato dal motto “il suo corpo, il mio bambino”. Durante un conflitto, una madre surrogata dovrebbe nascondersi in un luogo sicuro per proteggere il bambino che sta facendo crescere per conto di altri? O dovrebbe restare con la propria famiglia, nella sua città, perfino in strada per difendere il suo paese?

È una questione quanto mai attuale in Ucraina. Il paese è uno snodo internazionale per la maternità surrogata, uno dei pochi a permettere agli stranieri di stipulare contratti con le donne del posto. Ciò significa che le coppie provenienti da Stati Uniti, Cina, Germania o Italia possono andare lì e accordarsi con una donna ucraina affinché cresca il loro bambino nel suo utero. Bisogna rispettare delle condizioni – i genitori devono essere eterosessuali e sposati, e servono motivazioni mediche che giustificano il ricorso alla pratica – ma le aspiranti madri sono comunque tante, la loro retribuzione è legale e stabilire una genitorialità legale per i genitori è semplice. Non è chiaro quanti i bambini nascano da madri surrogate in Ucraina, forse 2.500 all’anno. Per esempio, la BioTexCom, una grande clinica per la fertilità di Kiev, mi ha detto che nei prossimi tre mesi hanno previsto la nascita di circa 200 bambini.

La maternità surrogata in Ucraina
In ogni caso, durante questo tipo di gravidanze possono nascere tensioni. Succede in tutto il mondo, anche in tempo di pace. Chi porta in grembo il bambino, infatti, ha diritto alla piena autonomia sul proprio corpo, ma al contempo i genitori hanno diritto alla sicurezza del bambino stesso. Così a volte i genitori, per esempio, chiedono alla madre di astenersi da alcuni alimenti come caffè, o da attività sportive come il kickboxing. Ho letto contratti con madri surrogate nordamericane in cui si vietavano la tinta per capelli, il profumo, il dentista, il sesso. In altre occasioni, invece, si limitano gli spostamenti delle madri: non possono uscire dallo stato in cui vive, o magari neanche allontanarsi da casa per più di 150 chilometri.

Sono regole, queste, a cui spesso sono sottoposte anche le madri surrogate ucraine. Già prima della guerra, infatti, spesso erano obbligate per contratto a trasferirsi vicino alla clinica o all’ospedale in cui il bambino sarebbe nato diversi mesi prima del parto. Quelle che ho conosciuto tre settimane fa su Zoom lavoravano con l’agenzia di gestazione per altri Delivering dreams, con sede in New Jersey, e sembravano accettare di buon grado questo tipo di richieste.

Avevano tutte un appartamento a disposizione, alcune avevano portato con se i familiari. E nessuna era preoccupata da una guerra che, allora, sembrava poco probabile. Una di loro l’aveva definita “una cosa del tutto insensata”. Al contrario, gli aspiranti genitori, provenienti da Stati Uniti e Canada, erano nervosi e temevano che il paese potesse essere invaso, per cui chiedevano che le madri surrogate fossero al sicuro.

In guerra
Alla fine di gennaio Susan Kersch-Kibler, la fondatrice di Delivering dreams, li aveva incontrati su Zoom per parlare di eventuali piani alternativi. Ho ascoltato con interesse. Kersch-Kibler sosteneva di non aspettarsi niente di più che dei ciberattacchi dalla Russia, ma che si sarebbe comunque preparata al peggio. Per questo, chiedeva ai clienti che nelle settimane successive sarebbero venuti in Ucraina per prendere i bambini di portare denaro in contanti (in caso di chiusura delle banche) e vestiti pesanti, per far fronte a eventuali interruzioni di corrente. Consigliava anche di acquistare biglietti aerei molto flessibili. Ma non era chiaro dove i loro bambini sarebbero nati. In caso di significative azioni militari, infatti, l’Ucraina orientale avrebbe trasferito le madri surrogate a ovest, a Leopoli. E se ci fosse stata un’invasione su larga scala, direttamente fuori dal paese. Del resto, diceva, i loro passaporti erano in regola.

A metà febbraio gli allarmi del governo sono diventati più urgenti. Esortavano i cittadini stranieri a “non di andare in Ucraina” e “partire finché erano disponibili mezzi commerciali”. Quando perfino le ambasciate hanno cominciato ad andarsene da Kiev, Kersch-Kibler ha trasferito le gestanti a Leopoli. “Non possiamo permettere che corrano alcun pericolo”, mi aveva detto in quei giorni. “E non importa se loro lo considerano un rischio, se anche per i genitori lo è, se andranno fuori di testa per l’ansia. Solo non voglio che tutto questo arrivi alle madri surrogate”.

Sentivo la tensione tra il bisogno dei genitori di sentirsi sicuri e quello della surrogata di prendere autonomamente delle decisioni. Le madri che avevo sentito, infatti, non erano felici di partire, non lo ritenevano necessario. Non volevano sradicare di nuovo le loro famiglie e così in molte stavano per partire da sole. Anche se, pochi giorni dopo il trasferimento, già in due mi avevano detto su WhatsApp di avere già nostalgia dei figli. “Spero di poter tornare a Kiev prima possibile”, mi scriveva una. Sappiamo com’è andata a finire.

Nei giorni successivi all’invasione russa dell’Ucraina, le cliniche della fertilità di Kiev, ormai sotto attacco, hanno chiuso. Le madri sono andate nei rifugi o sono scappate. Dalla BioTexCom mi avevano detto di essersi assicurati un rifugio aereo lì vicino per proteggere genitori, surrogate e neonati. E in un video condiviso su YouTube si vedeva questo rifugio con letti, culle, sacchi a pelo e maschere antigas. C’erano anche scorte di cibo, forniture mediche, acqua corrente, servizi igienici, una cucina. Ho mandato un’email per chiedere se qualcuno di loro lo avesse usato davvero durante la prima o la seconda notte di combattimenti a Kiev, ma non ho avuto risposta.

Nel frattempo Kersch-Kibler si affannava a mettere in salvo le madri surrogate. Quelle più avanti con la gravidanza erano già a Leopoli, ora toccava a chi era da poco incinta, perfino ad alcune persone che avevano appena cominciato a prendere gli ormoni per preparare le pareti uterine al trasferimento degli embrioni. Ma non tutte volevano partire o, in alcuni casi, separarsi dalla famiglia per stare in un posto più sicuro. Volevano decidere da sole dove e come sopravvivere.

Del resto, non è una novità che molti mestieri costringano a vivere separati dalle proprie famiglie. È il caso di chi lavora nell’esercito o nel corpo diplomatico, dei corrispondenti esteri, delle tate internazionali, delle collaboratrici domestiche. E in Ucraina essere una madre surrogata non è solo un lavoro, ma un lavoro ben pagato. La differenza però è che, di solito, puoi sempre lasciare il tuo lavoro, o comunque metterlo in pausa. Invece in questo caso non puoi. In una situazione del genere, essere una madre surrogata può costringerti a stare lontana dalla tua famiglia, a non rispondere al senso del dovere nei confronti del tuo paese. Può impedirti fisicamente di metterti in sicurezza. E far sì che tu abbia bisogno di assistenza medica anche quando i medici sono travolti da persone ferite o moribonde.

In tempo di guerra, insomma, di solito le persone possono scegliere e rivolgere tutta l’attenzione alla famiglia e allo sforzo bellico. Ma le madri surrogate non possono: anche se sfidano le richieste di andare in un luogo sicuro, si portano dietro di sé il loro lavoro, nel loro corpo.

Una madre surrogata in Ucraina dovrebbe stare al sicuro per il bambino? O dovrebbe fare ciò che è giusto per la sua famiglia? Dovrebbe rifugiarsi in un paese terzo, come la Polonia, la Moldova o l’Ungheria, dove le norme sulla genitorialità comportano anche delle complicazioni legali per gli aspiranti genitori, o dovrebbe fare di tutto per andare in un paese come la Repubblica Ceca, con leggi più favorevoli per i genitori?

La realtà è che gli interessi delle madri surrogate e quelli dei genitori non sempre coincidono. La guerra non fa altro che rendere ancora più evidente questo contrasto.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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