CulturaFerrari debutta nell’abbigliamento con uno show a Maranello

Ferrari debutta nell’abbigliamento con uno show a Maranello

La diversificazione di brand, per bizzarra o perigliosa che possa apparire, è una operazione del tutto lecita. Semplicemente, si capitalizza sulla risonanza mediatica e culturale di un marchio per trasferirla in un ambito non immediatamente contiguo. Nonostante ciò, l’annuncio ormai quasi due anni fa, che Ferrari avrebbe aggiunto la moda – ben diversa dal merchandising che fino ad ora ha fatto la gioia dei tifosi – alle proprie attività ha suscitato non poche sorprese e perplessità.

Il fascino della sfilata in fabbrica

Il dubbio è stato in larga parte cancellato ieri con il primo show di Ferrari Style, svoltosi a Maranello nella linea di assemblaggio, tra le macchine in costruzione. Una sfilata spettacolare, a mezzo tra il robotico e l’umano, tra il futuribile e l’artigianale, che è poi il bello di Ferrari, un luogo nel quale i modelli di auto avveniristiche e performanti vengono ancora plasmati con l’argilla, a mano. Il capace Rocco Iannone, investito del ruolo di direttore creativo e del non facile compito di traghettare una forte identità automobilistica verso una identità modaiola, ha optato per un approccio classico, o meglio umanistico.

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Lo spirito della collezione secondo lo stilista Rocco Iannone

«Abiti e auto sono entrambi costruiti intorno al corpo – spiega –. E per Ferrari intorno a valori di performance, innovazione, estetica e artigianalità. Il vero portato di questa operazione, però, è culturale, perchè Ferrari è parte dell’immaginario collettivo». Indubbiamente è così: cinema e giornali hanno per sempre cementato Ferrari nell’immaginazione del pubblico, tanto che a vedere una auto rossa tutti, appassionati o meno, fanno immediatamente l’associazione. Questa facilità di riconoscimento è tanto potente quanto difficile da maneggiare, in caso di brand diversification.

Dal design dei modelli storici alle silhouette degli abiti

Iannone segue una linea di pensiero condivisibile, dichiaratamente letterale: trasforma il design delle Ferrari più famose in intricate costruzioni di outerwear, mentre il logo e le grafiche diventano stampe allover su seta e jersey, oppure corrono sui nastri delle lunghe cinture che, è chiaro, dovranno sostituire le magliette con il cavallino nelle wishlist dei tifosi. La collezione, ed è qui la vera diversificazione, non è rivolta a quanti già comprano le auto Ferrari – li si immagina, forse sbagliando, adulti in abito sartoriale –, ma ad un pubblico più giovane, anzi molto giovane: lo stesso che ha decretato il successo di Off White e Balenciaga. Il linguaggio allora è per forza di cose pop, ipervisivo, grafico, colorato. Avrebbe anche potuto esserlo di più, a dire il vero, che tanto da Ferrari è lecito aspettarsi un roar fiammante, invece che una adesione allo status quo. Ma è comunque uno statement deciso, una dichiarazione programmatica di posizione estetica.

Astagionalità e ricerca sui tessuti

Dipanato in 52 look fluidi, con la benvenuta addizione di una femminilità voluttuosa, e destinato a coprire un anno intero – Ferrari sfilerà solo una volta, sottraendosi ai calendari stabiliti – il programma di esordio è un buon inizio, da aggiustare qui e lì. Lodevole la ricerca responsabile sui tessuti, e le aperture sporadiche ad un mondo non solo giovanilistico. Costruire una identità nella moda richiede tempo, del resto, ancor più provenendo da un mondo altro e con un nome così carico di storia e significati. Le basi ci sono.

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