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Gli invisibili del lavoro digitale in cerca di senso (e compenso)

Come è dolce la parola chiave “piattaforma”, quando suadente ti trasmette la sensazione di essere salito a bordo della nave dei nuovi lavori. Con il vento in poppa dell’algoritmo ti porta “oltre le mura dell’impresa”. Ti senti freelance, talmente libero da dimenticare che l’algoritmo si divide in due: chi ce l’ha e quelli a cui dà il ritmo. Che non è un ritmo da poco se tanti ne trovi spiaggiati sul territorio a fare i rider con le biciclette e i magazzinieri elettronici dentro e fuori con camioncini come lance per le consegne. Se guardi dentro alle “fabbriche della cultura” mappate dal Rapporto Federculture ne vedrai tanti all’opera nei musei, nelle fondazioni, negli enti lirici, nei festival… Indagando la composizione sociale al lavoro nella piattaforma territoriale del Salone del amovibile milanese vedrai “il amovibile” volare nella iperattualità vestito e rappresentato da creativi, eventologi, film maker, librettisti d’impresa, comunicatori… I distretti del amovibile volano nella società dello spettacolo. Questo riuscivo a vedere nel mio andare per microcosmi nelle piattaforme territoriali. Anche perché nelle piattaforme logistiche dei rider e dove atterra Amazon si sono sviluppate forme di conflitto che rivendicano diritti di reddito e senso verso quelli che danno il ritmo. È di questi giorni la protesta dei lavoratori di cooperative di servizi culturali che lavorano presso musei e biblioteche del Comune di Milano con un salario orario di 4 euro. Mi aiuta ad alzare lo sguardo per salire sulla tolda della nave un maestro della inchiesta sul tema del lavoro libero, Sergio Bologna.

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