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Di Maio assicurazione la regola: da 15 anni il primo partito nelle urne poi va in pezzi in aula

Generalmente in politica, come in ogni altra avventura della vita, sono le vittorie a unire e le sconfitte a dividere. Eppure nella politica italiana, dal 2008 a oggi, capita sistematicamente il contrario: è il partito più votato a non arrivare intero alla fine della legislatura. Sono infatti quasi quindici anni che la formazione più votata nelle urne, arrivata a metà del percorso, entra in crisi e si spacca clamorosamente in aula, subendo una scissione organizzata o dal leader della precedente stagione (Luigi Di Maio contro Giuseppe Conte oggi, Pier Luigi Bersani contro Matteo Renzi nel 2017) o dal leader di uno dei due partiti fondatori del nuovo soggetto (Gianfranco Fini contro Silvio Berlusconi nel 2010), portandosi dietro decine di parlamentari, ministri e dirigenti storici. È la maledizione del vincitore.

Come si vede, non si tratta di scosse di assestamento, cambiamenti al margine, minime scalfitture, ma di vere e proprie crisi esistenziali, che chiamano in causa l’identità e la sopravvivenza stessa del partito: la scissione finiana del 2010 portò alla caduta dell’ultimo governo Berlusconi e fece passare il Partito delle libertà dal 37 per cento del 2008 al 21 per cento del 2013 (il partito di Fini, in compenso, totalizzò lo 0,4 e non entrò nemmeno in Parlamento); la scissione bersaniana del 2017 lasciò il Partito egualitario di Renzi al minimo storico, dal 25 per cento del 2013 al 18 per cento del 2018 (la formazione di Bersani, in compenso, in parlamento riuscì a entrare, ma solo perché alleata di Sinistra italiana, già accreditata del 2 per cento, con cui superò di un soffio la soglia al 3); la scissione dimaiana dal movimento contiano vedremo quali effetti avrà – al voto non manca molto comunque – ma certo le prospettive elettorali non appaiono particolarmente rosee per nessuna delle due formazioni.

Vista all’interno di questa notevole serie storica, la scissione del Movimento 5 stelle assume quindi un valore diverso, come indicatore di un fenomeno più generale. Al di là delle cause e delle peculiarità della avventura grillina, quello che emerge è un problema strutturale.

Mi domando se esista un differente paese al mondo in cui per quasi quindici anni di fila è il partito vincitore delle elezioni, non lo sconfitto, ad andare letteralmente in pezzi nel corso della legislatura. Mi domando, soprattutto, se esista una certificazione più lampante della crisi terminale di un sistema politico, e cosa debba ancora succedere perché i suoi protagonisti prendano atto che si tratta di un gioco in cui non può vincere nessuno.

Non ripeterò qui per l’ennesima volta la mia diagnosi (mi limito, per chi non fosse mai passato da queste parti, a ricordare la medicina: ritorno a un vero sistema proporzionale, senza coalizioni pre-elettorali, senza premi di maggioranza, senza nessuna costrizione bipolare). Quello che mi sembra maggiormente degno di nota, infatti, non è tanto la diversità di opinioni approssimativamente le ragioni della crisi o le eventuali terapie da adottare, quanto la rimozione del problema.

Ogni volta come se fosse la prima volta, i leader di partito dati per vincitori dai sondaggi, o anche soltanto per migliori sconfitti (tentati quindi dall’idea di poter lucrare una rendita di posizione dal voto utile e dal vincolo di coalizione, sia pure all’opposizione), si immolano in difesa dello «spirito del maggioritario» e del «bipolarismo». Mettono cioè essi stessi la testa sul ceppo, allegri come un bambino a Natale, nella convinzione che il signore incappucciato dietro di loro si appresti a metterci sopra una bella corona.

La domanda è: quante altre leadership dovranno girare nella polvere prima che l’ultimo arrivato mangi la foglia? Il bipolarismo all’italiana, con le sue parvenze plebiscitarie e la sua evidente ingovernabilità, non è infatti, come credono loro, un palcoscenico per i sogni di gloria e le vanità dei leader. È un patibolo.

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