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Cook sotto torchio al processo antitrust: il giudice sferza il ceo di Apple

Quattro lunghe e scomodissime ore alla sbarra. Tim Cook, amministratore delegato di Apple, ha testimoniato al processo antitrust intentato dal leader dei videogiochi Epic Games contro il colosso di Cupertino, accusato di abuso di posizione dominante. Sotto accusa la messa al bando di app store concorrenti sull’iPhone e le ingenti commissioni fino al 30% che impone sulle transazioni all’interno del proprio negozio online per le applicazioni. E per un top executive noto per la sua flemma e impassibilità, sono state alcune delle ore più difficili della carriera: è stato bersagliato da un duro fuoco di fila di domande e critiche. Non solo degli avvocati avversari ma dello stesso giudice, Yvonne Gonzalez Rogers, che dovrà poi emanare il verdetto, in un processo che è stato concordato senza giuria. In alcune delle battute più terse, il magistrato ha rimarcato gli straordinari incassi di Apple dagli sviluppatori e messo apertamente in dubbio la tesi che l’azienda sia adeguatamente aperta alla concorrenza.

Tre settimane di processo

Il processo mosso dalla causa portata dal produttore del popolare gioco Fortnite si è avviato alla conclusione dopo tre settimane con un appuntamento degno della posta in gioco, nientemeno che un banco di prova dei tentativi di ridimensionare la più big delle Big Tech. E gli osservatori avvertono che è difficile prevedere quale alla fine sarà davvero la decisione della Corte, invitando a non considerare il pressante atteggiamento – spesso tipico dei magistrati – come anteprima d’una sentenza. Le sferzate del giudice di San Francisco sono però state insolite a Silicon Valley, dove i guru della tecnologia sono assai più abituati a toni amichevoli quando non a venerazione. Non solo: il magistrato ha anche già chiesto alle aziende di includere, nei loro imminenti documenti finali da depositare agli atti, proposte di rimedi e asserito che la carenza di concorrenza nell’App Store la preoccupa.

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La scomoda posizione di Cook

Per Cook – e Apple – la posizione è stata indubbiamente scomoda. Il ceo ha cercato fin dall’inizio di rispondere ai sospetti di gestire un vero e proprio monopolio. Ha affermato che l’insistenza di Apple a tenere alla larga altri app store e piattaforme per pagamenti digitali è unicamente il frutto della sua preoccupazione per la sicurezza e la privacy dei consumatori e utenti di iPhone e iPad. Ha negato di essere motivato soprattutto dal profitto, affermando anzi che «non pensiamo per nulla ai soldi, solo all’utente».Ha tuttavia, ancora una volta, rifiutato trasparenza sulla performance dell’App Store, pur considerato da Apple nei suoi bilanci un miracolo economico: ha riconosciuto che è redditizio ma attribuito la conclusione al suo “feeling”, alla sua sensazione, evitando numeri. Secondo alcune stime lo store avrebbe generato per l’azienda l’anno scorso entrate per oltre 70 miliardi.

Il giudice all’attacco

Ed è stato il magistrato stesso a passare all’attacco davanti all’autodifesa di Cook: il giudice Rogers ha notato seccamente che gli sviluppatori di giochi sembrano generare una sproporzionata quantità di entrate per Apple quando paragonata alla tecnologia che Apple offre. Ha messo in evidenza che il sistema di pagamento in-app di Apple non ammette concorrenti, proibisce ai developers anche solo di avvertire i loro utenti di opzioni per acquisti a prezzi inferiori al di fuori del sistema Apple. «Capisco questa nozione che in qualche modo Apple porta i consumatori ai gamers, agli utenti, ma dopo quella prima volta, quella prima interazione, gli sviluppatori trattengono i consumatori mentre Apple si limita a intascare profitti da loro», ha incalzato il giudice.

«Lei crede alla concorrenza?»

Sul problema della concorrenza, il magistrato ha chiesto a Cook se non crede «nel basilare concetto che la concorrenza sia positiva» e continuato dicendo che «non c’è concorrenza per gli acquisti in-app». Un riferimento esplicito all’obbligo che Apple impone ai developers di usare il suo servizio di gestione del pagamenti sull’iPhone e pagare le commissioni fino al 30% a Cupertino. Il giudice ha gettato anche una gelida luce sulla decisione di Apple di tagliare le commissioni al 15% per sviluppatori con revenue sotto il milione di dollari l’anno, che l’azienda ha inizialmente attribuito ad un aiuto alla crisi da Covid poi diventata permanente. «Da quel che ho visto finora, non è stato certo il risultato di qualche concorrenza. È stato il risultato della pressione che sentivate in arrivo da inchieste e denunce, non dalla competizione».

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