OpinioneIl popolo del deserto a cui Tripoli non riconosce...

Il popolo del deserto a cui Tripoli non riconosce nessun diritto – Khalifa Abo Khraisse

16 agosto 2021 16:14

Quando alla fine l’ho ritrovato e rimesso in carica, il mio telefono era spento già da diversi giorni. La batteria, completamente a secco, ci ha messo diversi, lunghissimi minuti per assorbire la quantità di energia necessaria a resuscitare. Quando lo schermo si è risvegliato ho avuto la tentazione di imitare Colin Clive nella scena iconica del film Frankenstein del 1931, quando il mostro comincia a muoversi dopo essere stato elettrificato nel mezzo di una tempesta di tuoni: “Guarda! Si muove. È vivo. È vivo… è vivo”. In attesa c’era il solito numero di messaggi non letti e la solita mancanza dei messaggi che speravo di ricevere. Qualcuno minacciava di rovinarmi la vita per ragioni sconosciute e altri mi invitavano a parlare. Qualcuno mi chiedeva perché non scrivessi e altri perché continuassi a farlo. Poi, finalmente, ecco il messaggio da cui questo articolo ha tratto ispirazione. Me lo mandava un uomo che chiamerò Salim per proteggere la sua identità.

Vi racconterò qualcosa su di lui. Salim appartiene a una tribù tuareg della Libia, e la sua è la prima generazione della famiglia a essere nata nella capitale Tripoli con documenti che ne attestino la cittadinanza. Quando nel 1983 si è deciso di regolarizzare lo status dai tuareg, quella di Salim è stata una delle tante famiglie a essere registrate e a ottenere documenti temporanei. In seguito, nel 2005, è stata approvata la risoluzione 11, che consentiva a queste tribù tuareg di ottenere carte di identità, stati di famiglia e certificati di nascita. Salim racconta che l’esperienza dei tuareg in Libia è stata caratterizzata da “ineguaglianze, assenza di opportunità e negazione dei diritti umani. Parliamo di un’intera generazione nata in Libia senza possibilità di scelta. Avevano ricevuto documenti che non servivano a niente tranne che a entrare nelle brigate di sicurezza”. E aggiunge: “Lo stato libico considerava e considera ancora questo gruppo un contenitore che può essere utilizzato come carburante per conflitti senza che in cambio venga concesso loro alcun diritto”.

Ancora oggi in Libia molti tuareg sono privi di diritti legali. Non sono né cittadini né vengono considerati stranieri, ed esistono legalmente solo nel registro temporaneo dei rimpatriati. I tuareg non sono l’unico gruppo privato della nazionalità per discriminazioni su base etnica e sfruttamento politico, ma sono tra i più vulnerabili. Come potrà evolvere questa situazione, in cui persone che da una vita risiedono in Libia vengono trattate come un popolo senza cittadinanza?

Dal 1981 i tuareg sono stati obbligati a prestare servizio nell’esercito per ottenere la cittadinanza e avere accesso ai servizi pubblici

Dopo l’indipendenza, la Libia ha effettuato un primo censimento nel 1954 e un secondo nel 1964. In entrambi i casi i comitati per il censimento sono riusciti ad arrivare solo nelle località principali della Libia meridionale, tagliando fuori le aree meridionali più interne e isolate. Gli abitanti delle aree escluse non hanno avuto la possibilità di registrarsi.

I tuareg sono un popolo indigeno che da centinaia di anni abita nella vasta area del Sahara che va dalla Libia sudoccidentale all’Algeria meridionale. Molti tuareg non sono riusciti a fare richiesta di cittadinanza a causa dei loro frequenti spostamenti tra i confini di Libia, Algeria, Niger e Ciad. Molti altri non sono stati in grado di presentare documenti che dimostrassero che loro o i loro genitori erano nati in Libia, come richiesto dalla legge sulla cittadinanza del 1954. Erano nati nel deserto, dove non ci sono ospedali né anagrafi. Nel corso degli anni e dopo l’ascesa al potere di Gheddafi nel 1969 le leggi libiche sulla cittadinanza sono cambiate più volte. Con la sovrapposizione di decreti e leggi si sono create ampie lacune legali che hanno prodotto molte altre persone senza stato che hanno trasmesso la loro condizione alle successive generazioni.

Nel 1971 Gheddafi ha istituito con la risoluzione 193 il registro temporaneo per i rimpatriati, per monitorare i libici che rientravano dalla diaspora e verificare e garantire la cittadinanza a chiunque ne avesse il diritto legale. Come suggerito dal nome, quel registro doveva essere temporaneo. È tuttavia diventato permanente e si è ulteriormente ampliato nel corso degli anni, includendo molte altre persone. Alla fine è sopravvissuto al suo creatore ed è stato lasciato in eredità ai nuovi governi che si sono susseguiti fino a oggi.

Negli anni settanta migliaia di tuareg sono arrivati in Libia dal Niger e dal Mali a causa di una gravissima siccità. La loro immigrazione è stata incoraggiata da Gheddafi, che il 16 ottobre 1980 ha addirittura lanciato il cosiddetto “appello di Gheddafi”. I tuareg provenienti da Mali e Niger non dovevano tornare nei loro paesi, ma dovevano restare in Libia, la madrepatria da cui erano emigrati in passato. Naturalmente Gheddafi aveva molti progetti per loro. Dal 1981 sono stati obbligati a prestare servizio nell’esercito nazionale libico per ottenere la cittadinanza e avere accesso ai servizi dello stato. Questo provvedimento ha naturalmente determinato la marginalizzazione di molte donne e bambini.

Al fronte
Gheddafi in sostanza ha usato le reclute tuareg per combattere le sue guerre. I tuareg sono stati mandati a combattere nella guerra in Libano durante l’invasione israeliana ed erano tra i militari assediati a Beirut. Tra il gennaio del 1987 e il settembre del 1991 sono stati poi mandati a combattere in Ciad. Nel 2004 3.200 soldati e 105 ufficiali sono stati inclusi in una brigata militare (la brigata Commando) e incaricati di mantenere in sicurezza i confini sudoccidentali. Altri 625 soldati e 10 ufficiali sono stati arruolati nella trentaduesima Brigata rafforzata. Alcuni hanno completato le procedure per ottenere la cittadinanza durante il servizio nella brigata e hanno continuato fino all’esplosione della rivoluzione nel 2011, durante la quale i tuareg sono stati inviati su diversi fronti per combattere contro i ribelli. Circa 300 tra soldati e ufficiali sono morti durante il conflitto.

Nella Libia post 2011 i tuareg sono stati ulteriormente marginalizzati perché ritenuti leali a Gheddafi, sebbene in molti si siano opposti a lui sia prima che durante la rivoluzione. Un comitato di revisione ha raccomandato la sospensione dei precedenti decreti del 2009 e del 2011, che garantivano la cittadinanza alle famiglie tuareg registrate, e ha revocato ad alcuni i documenti di identità. Oltre che per un rifiuto culturale della naturalizzazione in Libia e in ricordo dell’inclusione dei tuareg nelle brigate di Gheddafi, il comitato ha fatto questa proposta per far sì che, in assenza di reali alternative, queste persone continuino a poter essere considerati coscritti forzati a basso costo.

Sono stati in seguito reclutati individualmente da entrambi gli schieramenti per combattere nella seconda guerra civile del 2014, con un numero imprecisato di vittime. Molti tuareg sono stati mandati a combattere con il consiglio della Shura di Bengasi a bordo di pescherecci. Nemmeno in questo caso si conosce il numero di vittime. Nell’ultima guerra scatenata contro la capitale da Haftar nel 2019, i tuareg sono stati reclutati ancora una volta per combattere su entrambi i fronti. Al momento militano in diversi importanti battaglioni a Tripoli e in altre città.

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Ho chiesto a Salim perché secondo lui continua a esserci un così forte timore di riconoscere i diritti dei tuareg. Salim ha suggerito diverse motivazioni, tra cui cinquant’anni di nazionalismo arabo, la mobilitazione culturale e religiosa della regione del Golfo e del Medio Oriente, la mancata cristallizzazione di un’identità nazionale che vada oltre il pensiero etnocentrico. Salim ha affermato:

“Il movimento pan-arabo ha promosso il concetto di grande mondo arabo e l’idea che l’arabismo sia un elemento di unità. Di conseguenza, qualunque cosa contraddica l’arabismo è considerato eversivo o divisivo. Non esiste alcuna consapevolezza dell’identità nordafricana e mediterranea, né dal punto di vista culturale né dal punto di vista storico”.

Ho lasciato che il mio cellulare morisse lentamente fino a quando non l’ho ritrovato e ricaricato di nuovo la settimana successiva. I messaggi non letti possono attendere una o due settimane, visto che provengono soprattutto da persone che minacciano misteriosamente di rovinarmi la vita o da altre che si chiedono quando finirò di rovinarmi la vita da solo. Le brutte notizie riescono a trovarti anche senza telefono e le buone notizie sembrano non arrivare mai quando le aspetti con ansia. Dopotutto i libici inclusi nel registro temporaneo per i rimpatriati aspettano buone notizie dal 1971.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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