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Una vita da gregario (di lusso) nel ciclismo degli anni d’oro

«Bisogna saper quello che si vuole nella vita. S’incomincia tutti a correre con la speranza di diventare dei campioni e, quando ci si accorge che gli altri vanno più forte, bisogna avere il coraggio di scegliere. Io ho scelto, Aiuto, porto borracce, mi do da fare, insomma». Così spiegava a Rino Negri un “gregario di lusso” come Ugo Colombo, nome non molto noto al grande pubblico, ma corridore di primo piano degli anni in cui a vincere erano campioni del calibro di Eddy Merckx, Felice Gimondi, Franco Bitossi, Jacques Anquetil, Roger de Vlaminck, nomi che hanno fatto la storia del ciclismo.

Lui aveva scelto di fare il gregario di Bitossi, in un dualismo fatto di amore e invidia in una squadra gloriosa come la Filotex. È stato lui a scegliere di farlo perché, come l’ha dipinto il suo grande estimatore Gianni Mura era un “hombre vertical”, un campione che non si piegava e non scendeva a compromessi, che ha avuto una sua etica a cui è rimasto sempre fedele. Ed è anche per questo che non ha vinto di più, come avrebbe meritato: perché lui sapeva stare al suo posto.

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Una vita da gregario alla Ugo Colombo

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Eppure Colombo di occasioni per fare il salto di qualità ne ha anche avute. Come quella tappa del Giro d’Italia del 1965, arrivo al passo dello Stelvio, prima “cima Coppi” della storia, quando perse solo a causa di una slavina che invase la strada a cento metri dal traguardo e il compagno di fuga Graziano Battistini che riuscì a infilarsi nella parte meno innevata.

“Un campione alla Ugo Colombo” di Renzo Zannardi, Velar Marna, 32 euro

Come nei Tour de France del ’67 e del ’68 dove Colombo avrebbe potuto fare meglio in classifica – qualche giornalista azzardò che avrebbe potuto anche vincere – se non avesse rispettato alla lettera le consegne di squadra a favore dei capitani. Nel ’71, all’arrivo sul Gran Sasso, fa valere le sue doti di scalatore e a Campo Imperatore veste la maglia rosa, ma la tappa successiva la deve già togliere perché i grandi campioni italiani si alleano con gli stranieri per ricacciarlo nel suo ruolo, quello di gregario: «L’unica volta che ho avuto bisogno della squadra, non l’ho trovata», confessa al cugino Renzo Zannardi che ha raccolto i suoi ricordi in “Un campione alla Ugo Colombo” (Velar Marna, 32 euro).

All’inizio Colombo dimostra una forte ritrosia nell’aprirsi ai ricordi anche di fronte al cugino che l’ha seguito fin dall’inizio, poi il racconto diventa un fiume in piena in un’intervista durata settimane e finita un mese prima della sua morte, nell’ottobre 2019.

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