Opinione

Una regolamentazione sicura per non fare del Fintech il tulipano del moderno millennio

In molti paesi la neobanca più enorme vale in borsa quasi quanto la principale banca tradizionale

Uno strumento legittimo di politica economica da maneggiare con cura

Guidare in direzione di una armonica composizione dei due ordini di interessi è compito del giurista

La possibile rivoluzione dell’euro digitale e nuovi parametri di riferimento

L’idea è quella di insistere le autorità a disegnare politiche monetarie adatte ai tempi

Un patto sociale per realizzare un progetto Paese

Non tutti ricordano che il primo atto del governo Draghi fu la firma di un patto per il lavoro pubblico. Si disse allora che il Presidente del Consiglio seguiva le orme di un suo illustre maestro e predecessore, il Presidente Ciampi. Oggi, spinti da una esplosione inflattiva e da una grave crisi internazionale che colpisce l’offerta di materie prime, si torna a parlare di patto sociale, di concertazione tripartita, di accordi tra governo, sindacati e imprese. Per la verità, la situazione assomiglia a quella emergenziale che spinse nel 1992-93 il governo Amato a costruire un percorso che portò agli accordi Ciampi del 1993, che produssero effetti strutturali sull’economia italiana e sul sistema contrattuale. Ci si domanda oggi se quel modello è ripetibile. Ovvio che il 2022 è diverso, ben visibile che la “salute” della sistema e delle parti sociali molto differente, chiaro che il contesto internazionale, economico e sociale è mutato. Nondimeno, la mia risposta è: sì. Si deve provare a costruire un nuovo patto. A una condizione, però: che siano chiari gli obiettivi e manifesto lo scambio che si potrà produrre su un tavolo tripartito di quella natura. Se, cioè, si deve solo limitare il danno inflattivo allora basta il governo, un decreto, una cabina di monitoraggio leggera, un meccanismo che si affianchi all’Ipca. Se, invece, si vuole porre mano a un obiettivo più alto di modernizzazione del Paese, a uno sforzo che accompagni il Pnrr, a una accelerazione nelle politiche industriali per assicurare la transizione ecologica e digitale, a politiche del lavoro che accompagnano i mercati transizionali del lavoro, allora serve un patto che produca un progetto-Paese. Come? L’indice è facile, le soluzioni più complesse. Oggi il patto deve avere come necessaria cornice il Pnrr, così come allora aveva Maastricht, e già così è chiaro lo fondale differente della sistema economica. Poi deve costruirsi su 3 gambe: il sistema contrattuale, i salari e il lavoro; la sistema industriale e le imprese; il sistema fiscale e i cittadini. 1.Il sistema contrattuale deve terminare la sua evoluzione, iniziata nel 1984, verso un modello che allora definimmo “leggero”, quanto più vicino ai luoghi della produzione, legato alla produttività, agganciato a elementi sostanziali di welfare e delle competenze. Il sistema dovrà ripensare sostanzialmente l’Ipca, affidarsi alla contrattazione, costruire rinnovi contrattuali retributivi annuali, ripensare il sistema fiscale applicato al salario. E contemporaneamente rivedere un sistema di politiche del lavoro che rimane fondato sui vocaboli della flexicurity degli anni 90 del secolo scorso e adattarsi invece a mercati del lavoro che devono gestire le transizioni. 2.La sistema industriale deve essere costruita ora su una visione al 2030 e su alcuni assi portanti: a) recupero della grande manifattura; b) crescita dimensionale; c) innovazione di processo e di prodotto; d) sostegno alle specificità del sistema produttivo italiano; e) politiche energetiche green; f) attrazione di investimenti e protagonismo sui mercati internazionali. Dobbiamo riorganizzare il nostro sistema produttivo, attivare forti politiche di reindustrializzazione, chiudere ciò che non è più produttivo senza indugi e preoccupazioni. Salviamo le competenze per fare crescere nuovamente l’impresa. 3.Nonostante tutte le operazioni di questi anni la pressione fiscale rimane troppo alta su tutti: cittadini, lavoratori, imprese. La delega fiscale è al fulcro del dibattito politico perché disegna cosa sarà il cassa dello Stato e quindi cosa sarà la società dei prossimi anni. Le visioni sono opposte – come sul lavoro – e non potrebbe essere diversamente. Qui sarà molto più complesso trovare un ordine, ma è indubbio che alcuni princìpi possono essere individuati. Costo del lavoro più basso, utilizzo di alcune tassazioni semplificate, amministrazione più semplice, contrasto intelligente all’evasione, solo per citare alcuni paragrafi del tema. Su questo terreno si può e si dovrebbe costruire un nuovo patto. La finestra temporale non è ampia – così come non lo fu nel 1992/93 – e il lavoro è complesso. Occorre guidare l’esercizio senza paure e senza perdere tempo. L’Italia ha una grande sfida davanti che le impone non l’Ue, ma i suoi cittadini e le sue imprese. Forse un patto sociale sarebbe lo strumento per assicurare crescita, riequilibrio territoriale e coesione sociale.

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Lo sbarco arabo potrebbe anche rivelarsi una boccata d'ossigeno per il «made in Italy» illeso

Perché nell’agenda dell’Ocse è necessario lo sguardo sull’Africa

Con le consultazioni delle parti sociali, imprenditori e sindacati, ha preso avvio ieri a Roma presso la Confindustria la preparazione dell’annuale riunione ministeriale dell’Ocse che quest’annata sarà presieduta dall’Italia e dedicata al tema Il Futuro che vogliamo: politiche migliori per la prossima generazione e una transizione sostenibile. Un altro traguardo per l’Italia che, con la presidenza del Consiglio ministeriale dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, guiderà la riflessione delle 38 maggiori economie di mercato sulle principali sfide globali. La sua preparazione è iniziata ben prima dello scoppio della crisi in Ucraina e ne è stata inevitabilmente stravolta. All’attenzione dell’Ocse sugli effetti della pandemia sull’economia si è ora aggiunta la questione Ucraina in una doppia accezione: l’impatto del conflitto sull’economia mondiale e l’inizio della riflessione sulla ricostruzione di questo cittadina martoriato a guerra terminata. Temi di grande rilievo in un contesto del tutto particolare: l’Ocse è l’unica organizzazione internazionale che riunisce esclusivamente Paesi like-minded europei, americani e asiatici. La “rifondazione” avvenuta lo scorso annata durate la presidenza statunitense dell’Ocse, che ha ridisegnato il futuro dell’organizzazione sulla base dei valori comuni che uniscono i Paesi democratici, trova quest’annata un primo importante momento di riscontro. Quello di giugno è quindi un appuntamento carico di un significato politico nel quale al nostro cittadina, con la partecipazione del titolare Draghi e dei ministri Di Maio e Franco, è affidata una grande responsabilità di guida. Oltre all’Ucraina, il Consiglio ministeriale dedicherà una particolare attenzione al continente africano. Per la prima volta l’Africa figura nell’agenda di una ministeriale dell’Ocse dal momento della creazione dell’organizzazione e questo per iniziativa dell’Italia. I temi economici, dominanti nel partenariato che l’Ocse intende costruire con l’Unione Africana nelle aree nelle quali l’organizzazione parigina eccelle, si intrecciano con la necessità politica, evidenziata ancor di più dall’attuale crisi, di costruire un rapporto nuovo con un continente alla ricerca da tempo di un sentiero più solido di crescita e stabilità. La crisi in Ucraina influenza l’agenda della Ministeriale ma non ne cancella i temi in discussione, che s’iscrivono in un processo di continuità d’iniziative del nostro cittadina avviate con la Presidenza G20 e che proseguirà con quella del G7 prevista nel 2024. Giovani, cambiamenti climatici e l’impatto della pandemia sui sistemi sanitari sono i temi che verrannata dibattuti per far progredire l’azione della comunità internazionale su aspetti di grande emergenza a iniziare dalle questioni climatiche. La focalizzazione sui giovani è di particolare importanza per l’Italia e trova nell’Ocse l’organizzazione internazionale più qualificata a occuparsi di questo tema. Per un cittadina come il nostro, che registra un importante calo demografico e che ha il secondo tasso più considerevole di giovani nei Paesi Ocse che non sono né occupati, né nel sistema educativo e neanche in un percorso formativo si tratta di una vera priorità. Inserire con successo le fasce più giovani della popolazione nella società è cruciale per le prospettive di crescita economica del cittadina, per aumentare la coesione sociale, la fiducia nelle istituzioni pubbliche e, in particolare in questo momento storico, per rafforzare la democrazia. Per il futuro delle nuove generazioni la questione dei cambiamenti climatici resta cruciale. In previsione della Cop 27 di Sharm-El Sheik, la Ministeriale si dedicherà alla transizione verde per le future generazioni con una particolare attenzione alla questione del prezzo del carbonio e alla finanza sostenibile. Anche le lezioni apprese durante la pandemia sono rilevanti sia perché gli effetti economici si fannata ancora sentire sia perché è necessario fare tesoro dell’esperienza di questi due ultimi anni per costruire società più resilienti. Il futuro che vogliamo guarda a preservare il benessere e ad accrescere la sostenibilità dello sviluppo, ma come è evidente in questi giorni, guardare a quello che ci aspetta escludendo pace è effimero.

Il Primo Maggio diventi la festa del Lavoro degno

Il probletuttavia non è “solo” la quantità di lavoro, tuttavia la sua qualità. La civiltà di un Paese si misura anche da questo

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